Vado in Egitto. Una notizia effettivamente che non dovrebbe fare né caldo né freddo.
Lo scrivo perché, pensando all'Egitto, ricordo la prima volta che ne ho sentito parlare. E non posso dimenticare la barba di Abdelghani in quell'Egitto-Olanda di 20 anni fa. Non ne avevo mai vista una su un campo da calcio (ero troppo piccolo per gli anni d'oro di Gerets).
domenica 29 agosto 2010
giovedì 26 agosto 2010
Linea Bianca - Secondo numero 2010 in libreria
Torna in libreria il secondo numero del 2010 di Linea Bianca, il trimestrale di scienza e cultura sportiva della Limina Edizioni, diretto da Roberto Beccantini.Il meglio della letteratura sportiva italiana, questa volta è alle prese con Calciopoli e tutte le altre farse all’italiana che hanno accompagnato, come filo grigio dalla tonalità a volte evidente, le magagne e gli eroismi di facciata del calcio-industria italiano.
I nomi e le storie come sempre sono da acquisto senza calcoli: Castellani, Bolognini, John Foot, De Benedetti, Zara, Calzaretta, Ferrato, Cordolcini e Olivari (in mezzo a questi ci sono anch’io….mah) per la prima parte tematica, l’intermezzo di Dipollina poi accompagna verso lo Zibaldone, con pezzi di Beccantini, Mura, Ghedini, Culicchia, Pastorin.
Nel secondo numero, c’è anche un’appendice ciclistica che vede impegnati Ormezzano, Bacci, Porreca e altri.
Insomma, se siete arrivati per qualsiasi motivo su questa pagine, anche solo per farmi schizzare in alto la percentuale di rimbalzo, sappiate che Linea Bianca non è perdibile.
giovedì 19 agosto 2010
L’orizzonte alle spalle - Lobanowski 2 e Zeman
Il servizio archetipoUn’inquadratura di Foggia dall’alto. Piazza Cavour al tramonto di un giorno di pioggia. L’asfalto lucido che rende scintillante il traffico. Zoom sulla fontana, arditi primi piani sulle ragazze al passeggio, con le giacche e le spalline ancora tanto 80’s. Il vecchio mercato coperto. Donne con lo scialle in testa, con le buste della spesa di plastica. L’inviata offre il microfono in pasto alla varia umanità di un venerdì mattina. “La squadra c’è e andremo in serie A”, dice il primo. “Con Zeman è inevitabile”, conferma il secondo. “A parte che Zeman è un allenatore che lo vorrebbero tutti quanti. Purtroppo ce l’ha il Foggia”, sottolinea freudianamente il terzo. Un ragazzo più giovane degli altri. Una signora di nero vestita fa capolino sulla massa inquadrata: “Abbiamo i mariti tifosi”, confessa. E certo. Chi non è tifoso del Foggia nell’autunno del 1990? Siamo primi in classifica in B, stiamo scavando un solco, la quinta arriverà a starci 9 punti dietro. Ed è il calcio dei 2 punti a vittoria. Impossibile trovare a Foggia gente che ammetta di tifare per altri colori. Si porta il rossonero. È il trend, e gli stili si seguono. Imperativo categorico. Paola Arcaro, colei che porge il microfono alla popolazione festante, lo sa. È l’inviata di A tutta B. E a sera si trattiene sul manto dello “Zaccheria”, dove Zeman fa provare le punizioni “sotto un cielo plumbeo” che rimanda “l’auspicio di un arcobaleno”. Fede cieca nel positivismo del modulo e viscere di animali sacrificati. È terra di Sud, questa. È pur sempre “o’diavolo che abballa d’int a sta tarantella”. Il pallone supera la barriera fatta di sagome “mentre la luna resta a guardare”. Fuori dal bar, uno striscione e tanta gente. Ancora microfono aperto. Ancora umori di piazza: “Ma ormai il Foggia è super!”. C’è anche spazio per qualche rimostranza: “Vorrei dire soltanto una cosa al signor presidente Casillo. Vorrei che i portoghesi non ci sarebbero più”. Un romantico calessino si perde nei rondò. Sul sedile il sindaco Verile parla di questa vigilia. La spensieratezza del clan, il divertimento, gli scherzi a tavola, Beppe Signori che rimpiange la polenta bergamasca. Poi la vigilia finisce, e le inquadrature sono per lo spettacolo pirotecnico della curva strapiena, per le colombe che volano in cielo, per il tifoso folkloristico in tribuna con tanto di giacca rossa, cappello e vistosi amuleti. Vento del Sud. Manca il sale da spargere in area di rigore, manca l’uomo che si avvicina al mister per il consueto passaggio di caramelle. Ma per il resto c’è tutto. Compreso un irritante jingle di sottofondo da matrimoni anni Ottanta o da tv privata. Fate voi. Eppure questa è Rai Tre. “Capricci foggiani”. Cinque minuti da Grand Tour settecentesco per signorotti di Alzano Lombardo o di Fossacesia, estimatori del nuovo Profeta (come lo chiamano Franco Strippoli e Beppe Capano su Rai Uno) ansiosi di conoscere – antropologicamente – la fauna della landa semisconosciuta dove ha impiantato la mala pianta del 4-3-3.
C’è tutto, in questo servizio. Tanto da farne un archetipo. Ciò che stava nascendo e ciò che sarebbe stato. Più volte, anche nell’epoca pre-Youtube, l’ho riguardato in vhs. Ed ogni volta un brivido da scampato pericolo m’ha percorso la schiena. Materiale del passato, reperti archeologici riaffiorati da un’altra era geologica. Meglio così. Da allora, da quando quell’insopportabile mito della “squadra simpatia” è finalmente (e si sperava definitivamente) tramontato, abbiamo vissuto tre retrocessioni ed una promozione. Con mister Marino, dalla C2 alla C1, ora Prima Divisione Lega Pro. Finiti caviale e salmone da calcio-champagne, siamo tornati all’acquasale. Con bacinelle colme ad ammorbidire il pane raffermo. Gli spalti si sono svuotati, la città è progressivamente tornata alle sue naturali inclinazioni: milanisti, romanisti, interisti hanno completato la muta e sono rientrati nell’ordine. Anni pieni di un nulla appagante (Burgnich ci salva due volte in B, Caso ci precipita in C1, lo spareggio di Ancona ci affonda in C2), che indurisce i muscoli e fa passare la sbronza. Stagioni di dolori e gioie sfiorate (che sono dolori all’ennesima potenza), vissuti in mille, duemila, tremila fedelissimi. Ma – è questo che conta davvero – il dimenticatoio calcistico quanto meno ci restituisce quello che eravamo: un’arcigna, finanche antipatica, realtà meridionale. Non più il Chievo Verona ante litteram. O il Castel di Sangro. O il Cittadella. Non più l’oasi dello stereotipo, l’isola felice del cliché, ma una piazza reale, da sempre appassionata di calcio. Non più l’accademia, l’università della zona integrale, ma carne e sangue. Per nulla pittoreschi, nuovamente noi stessi.
La soap
Fino a questa estate piena di colpi di scena, più e meglio di una soap brasiliana. Dal primo intervento telefonico di Pasquale Casillo ad una tv locale, la città che covava braci sotto la spessa cenere di quindici anni di oblio, è tornata ad animarsi. Una sorta di elettrico tam-tam, un’onda anomala di ricordi, leggende travestite da nuove speranze. Non si è parlato d’altro per settimane. La maggioranza silenziosa, da sempre migliore alleata d’ogni piano autoritario, si è dimostrata eccellente compagnia di manovra per il nuovo-vecchio capitano di ventura. Tanto da defenestrare – col solo peso delle chiacchiere – una dirigenza che, dalla sua, ha avuto il grave torto di non centrare la promozione per tre anni di fila. Oltre che – reato gravissimo nell’era della comunicazione totale – di non saper parlare al cuore della gente. La mitopoiesi, l’indefessa produzione di sogni, riveste ancora un ruolo centrale, persino nel calcio delle pay-tv. E, prima ancora che i vecchi soci gettassero definitivamente la spugna, il sogno era già diventato forza eversiva. Nei bar, nei saloni da barbiere, nelle botteghe alimentari, dai vinai. Zeman. Bastava il nome, la semplice evocazione, il sussurro a mezza bocca con occhi sognanti in coordinato, a far saltare gli equilibri. Zeman. E il mito di una nuova Zemanlandia, con gli annessi e i connessi tipici di questi salti all’indietro. Un delirio da alchimisti alla ricerca della pietra filosofale. La vera, grande utopia dell’umanità ricreata sul manto verde di uno stadio: fermare il tempo, riportare le lancette della Storia laddove risultano ammortizzate, innocue. E, per questo, esaltanti.
Pere evidente: qui non è semplice questione di modulo, di un personaggio ossessionato dalla perfezione dei suoi schemi tanto da svilirne gli interpreti, se non in campo quanto meno nella mentalità diffusa e conseguente. Ma se ragazzini che non hanno mai visto la serie B parlano “di quella volta che abbiamo battuto la Juve” come se ci fossero stati anche loro sui gradoni della Sud, allora il problema attorno al quale dibattiamo a Foggia da tre lustri è sempre lo stesso: l’epica. Il mito cavalleresco che si fa romanzo popolare, chanson de geste. Zeman che costringe i suoi a scalare i gradoni, Zeman nemico del palazzo, Zeman ultimo ribelle. Alla notizia della sua nomina, alla sua presentazione, la Foggia carbonara e clandestina, quella che aveva disertato senza scrupoli o malumori negli anni oscuri, è tornata a spingere. Senza pudori di sorta. Al Teatro Ariston, meno di un mese fa, c’erano oltre 40 gradi percepiti e lavori in corso nel loggione. Ma nonostante questo, oltre seicento persone si sono contese i posti a sedere. Solo per rivederli assieme, quei tre – con Zeman e Casillo anche il ds Pavone – solo per sentir dire al Boemo che in ritiro si torna dalle parti di Campo Tures. Laddove eravamo. Lancette indietro all’estate del 1991. Alchimisti all’opera. E tu puoi passare ore a spiegare che no, non abbiamo mai battuto il Milan, né tanto meno l’Inter, che il Mister (con la maiuscola) è reduce da anni di cocenti esoneri, che – dati alla mano – non è vero che le sue squadre, come le viole, sbocciano a primavera, che il continuo evocare il complotto per giustificare i fallimenti professionali è infantile ed insultante per il diretto interessato (se non fosse che il diretto interessato lo afferma senza problemi). “È il sogno – mi dicono – lascia che la gente sogni”. E sia. Ma non mi va di chiuderla così semplicisticamente. Anche i sogni hanno le loro caratteristiche, per come la vedo io. Esiste un sogno progressivo, che mira l’orizzonte e spinge ogni atomo nel corpo popolare a tirar fuori il meglio, tacitando le scorie della paura, dell’opportunità, della logica. Un sogno fatto di riscatto e liberazione. E ne esiste un altro, regressivo, che mira l’orizzonte alle spalle, che dal corpo popolare tira fuori le nostalgie, le vecchie infatuazioni, i simboli delle trascorse (e presunte) età dell’oro. Ed è un sogno restauratore, che si alimenta di illusioni e non di pratiche, che deresponsabilizza e spinge a lasciarsi guidare. Ecco, a Foggia non c’è dubbio: stiamo vivendo l’orizzonte alle spalle.
Chiosa realista e speranzosa
Ma siamo tifosi dell’Unione Sportiva. Pur tuttavia.
Nessun dirigente, nessun tecnico, nessun giocatore – per come la vediamo noi – potrà mai pretendere d’ergersi a catalizzatore del nostro amore. Noi amiamo quella maglia, non chi la indossa in usufrutto. E per quella maglia, per quei colori, per cui non ci sono categorie o distanze che tengano, manteniamo la calma, evitando di lasciarci trasportare dal carro allegorico delle speranze frustrate. Quanto detto resta e non s’eclissa. Un successo di Zeman, magari la tanto agognata B, sarà il benvenuto, quest’anno. Una retrocessione non cambierebbe di una virgola il nostro rapporto. Siamo immuni ai sogni occasionali, fortunatamente. Immuni alle mode. Immuni a Sky che spedisce inviati, alla Domenica sportiva e a Studio aperto che confezionano servizi sul ritiro dell’Us, persino a Monica Vanali che invece di chiedere a Zeman del Gela e del Barletta gli domanda di Mourinho, della Roma e di chi vincerà il campionato. Di A. In quindici anni di silenzio ci siamo ricostruiti un’identità dissociata dai media. E non abbiamo alcuna intenzione di barattarla per una effimera stagione di riflettori.
Lobanowski 2
Da non perdere del Collettivo Lobanowski "Juve o Milan? Meglio il Foggia", riedito da poco da Bradipolibri.
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martedì 17 agosto 2010
Dal Mondiale alla Serie A
Ogni Mondiale tira le fila di un quadriennio e pone le basi per i successivi 4 anni, da vivere pericolosamente. Di tattica e sistemi di gioco, in Sud Africa abbiamo visto poche cose ma buone: un’organizzazione della fase difensiva sempre più pressante e fatta con molti uomini, pochi attaccanti di ruolo e molto movimento delle punte, di contro poco presenti in zona gol (vedi classifica marcatori ingolfata e a quote basse).Però, come detto, il Mondiale dice del calcio dei prossimi anni e le nostre squadre sembrano già averne fatto tesoro per il campionato che sta arrivando. La Juve di Del Neri ha un impianto codificato e riproposto dal mister friulano in tutte le sue squadre, ma quest’anno sembra esserci una variante, figlia del Paraguay, squadra con il massimo dell’equilibrio mondiale. La coppia Cardozo-Valdez è equiparabile a quella titolare della Juve delneriana, Amauri-Diego, già in parte vista con il duo Cassano-Pazzini. I movimenti della punta forte ad aprire spazi e la capacità di servire le ali da parte della punta piccola è il punto focale del gioco della nuova Juventus, in cui un Del Piero di qualche anno fa sarebbe stato perfetto.
Il Napoli ha puntato sulla gioventù e Mazzarri è pronto ad imitare il calcio della squadra più giovane di tutte ai Mondiali, la Germania di Loew. Il paradiso sarebbe riproporre con la stessa efficacia in attacco e in difesa i quattro moschettieri teutonici, facendo giocare Hamsik alla Podolski, Quagliarella alla Ozil, Lavezzi alla Müller e Cavani alla Klöse. Se Mazzarri ci riesce, il Napoli prenota la Champions.
Il Palermo vuole riproporre con maggiore incisività l’attacco triangolo dello scorso anno, con Rossi rinfrancato dalle belle prestazioni dell’Uruguay del Maestro Tabarez. Pastore è più centrocampista di Forlan ma, con l’esperienza acquisita può giocare a tutto campo come l’uomo della provvidenza uruguaiana, Miccoli o Maccarone possono fare i goleador alla Suarez, Hernandez, del quale aspettiamo un exploit fantasmagorico, ha già ben in testa il gioco totale di Cavani partito per Napoli.
Infine la Roma, che assomiglia molto agli Stati Uniti. Una mediana completa dove De Rossi- Pizarro sanno fare anche più del lavoro svolto dalla coppia Bradley-Edu, e tre punte molto simili: Totti con la leadership di Donovan a svariare più di quello che ha fatto gli ultimi anni, Vucinic come Findley, ad arare la fascia sinistra, Adriano come Altidore, a fare sponde e spalancare spazi.
mercoledì 11 agosto 2010
Siamo la sqaudra più vecchia del mondo.
Le illuminazioni vere, quelle che ti fanno comprendere un fenomeno arrivano sempre con qualche tempo di ritardo, credo che sia umano, tirare le fila di un evento mentre si svolge o appena terminato è da fessi o geni. E spesso le redini di un discorso di qualsiasi genere si tirano grazie ad un evento collaterale, che niente ha a che fare con il fenomeno in sé.Lo sproloquio non è segno di insanità mentale ma è la giusta premessa a quello che ho capito guardando Italia-Costa d’Avorio. Siamo una squadra vecchia nelle idee, non erano gli uomini ad appesantire il gioco, ma come pensiamo di dover giocare al calcio in questo momento storico che ci impaluda e non ci mostra un bel futuro. Siamo una squadra antiquata perché l’unica ad alto livello che gioca ancora con ruoli e posizioni, mentre tutte le altre si schierano in campo per zone di competenza e attraverso movimenti di scambio, mai stabili e molto imprevedibili. Siamo una nazionale antiquata perché il campionato italiano non sa imporre una squadra nuova, davvero europea (l’Inter campione è per me figlia di uno spirito di gruppo fuori dal comune, una sorta di Termopili vittoriosa). E questo affossamento delle idee tattiche e del livello di calcio lo si nota soprattutto nelle altre nazionali, i cui calciatori giocano o hanno giocato in massa nella nostra serie A. Brasile, Argentina e squadre slave, nostri bacini preferiti di acquisto, hanno giocato un Mondiale pessimo dal punto di vista tattico, anche avendo Argentina e Brasile i calciatori migliori del mondo in molti ruoli (il paragone Piqué-Puyol con quello Lucio-Juan è una bestemmia, come anche l’accostamento Snejider-Van Persie-Kuyt con Messi-Tevez-Higuain). I calciatori che giocano in Italia ricoprono ancora ruoli quasi fissi, non soltanto nei compiti da svolgere, ma soprattutto nella limitatezza tecnica richiestagli. Ieri sera tutto questo è stato lampante.
Il centrocampo e l’attacco ivoriano sapevano giocare la palla a terra nonostante l’acquitrino, le punte si abbassavano, portando fuori zona i nostri difensori, i centrocampisti scambiavano le posizioni e si proponevano negli spazi d’attacco aperti dai movimenti delle punte. Noi avevamo De Rossi che giocava come il numero 4 trapattoniano degli anni ‘80 e Palombo era ancora più “furinesco”. Cassano era il classico numero 10 italiano, pochi movimenti laterali e gioco obbligatorio a più tocchi, con l’esigenza di saltare l’uomo per passare pulito il pallone. Non è riuscito a giocare un pallone in avanzamento, accompagnato da un compagno. Balotelli non ha ancora capito dove deve mettersi in campo, Pepe fa confusione, è una sorta di ala tattica che non salta mai l’uomo ma soprattutto non agevola tecnicamente i disimpegni dei mediani. Amauri ha giocato da solo, come un numero 9 degli anni ’70, a lottare fisicamente contro gli avversari. Il segnale vero della nostra arretratezza tattica? Siamo stati l’unica squadra del Mondiale, insieme alla Corea del Nord, in cui i mediani lanciavano lungo per gli attaccanti di fascia.
domenica 8 agosto 2010
"Quando un Milan era un piccolo diavolo" di Sergio Taccone
Il tifoso scrittore può lamentarsi, esultare, deridere, piangere (nel doppio senso di disperarsi e gufare), fare nostalgia a buon mercato. I libri che seguono una sola emozione non mi piacciono. Premettendo tutto ciò, il libro di Sergio Taccone, “Quando il Milan era un piccolo diavolo”, mi piace e tanto. La capacità di Taccone in questo libro è stata quella di sfiorare un po’ tutta la scala armonica delle emozioni tifose, senza abbandonarsi a nessuna, senza farsi vincere da uno stile troppo zuccheroso (ricordando il passato angusto) o peggio ancora orgoglioso (del tipo: “Io c’ero quando voi non c’eravate). Il tifoso vive la sua squadra come vuole, non c’è un modello o una condicio sine qua non, la squadra vive il suo tempo ed ha i suoi alti e bassi, così come il tifoso che emerge e viene sommerso dagli eventi della sua piccola storia. Oltre a scrivere da tifoso, Taccone è anche giornalisticamente molto attento a quegli anni, quasi del tutto dimenticati se non nelle tirate contro il tempo canaglia e negli sfottò da bar, andando a scavare in quell’inizio anni ’80 milanista, pieno di sorprese e inganni, speranze e disillusioni, voglia di ritornare in troppo poco tempo una squadra da rispettare. Taccone è sempre vicino alle vicende del campo e societarie di quegli anni, non se ne allontana per fare spenta retorica da “siamo solo noi”, ma accompagna il lettore in un bosco intricato e fitto in cui pochi ad oggi hanno messo davvero becco, più felici e contenti di scrivere una nuova riga sugli Invincibili. Io c’ero in quegli anni ma è come se non ci fossi, troppo piccolo per ricordare veramente e non per riflesso; per questo leggere di quei calciatori, con le loro parole in presa diretta è un plus niente male. Farsi buttare poi nella cronaca vissuta attraverso le parole di gente come Alfio Tofanelli, direttore di “Tutto B” (perché l’editoria sportiva italiana è morta?), Gualtiero Zanetti, il David Messina di “Forza Milan”, Sebastiano Vernazza è un momento da gustare con calma.
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martedì 3 agosto 2010
La crisi della scuola ex-sovietica
Questo Europeo di atletica leggera ha detto poche cose. I riferimenti delle specialità sono lontani dalla Vecchia Europa. La velocità è caraibica, il mezzofondo nordafricano, il fondo è sugli altipiani, nei salti se la giocano un po’ tutti. Sempre e, da come si è messa, non per sempre, restano i lanci. Ma anche qui manca una protagonista, l’orco che da sempre ha creato atleti efficienti e imbattibili quando era il momento di mettere insieme forza ed elasticità: l’ex Unione Sovietica. Le gare di lancio del disco e del peso hanno visto i sovietici sempre in seconda fila rispetto alle bombarde americane, tiranni di queste due discipline per decenni e qualche sorpresa di una delle due Germanie. Dove invece la vecchia URSS ha imposto la sua legge e sviluppato una scuola perfetta è stato per le specialità del lancio del giavellotto e del martello. Se ci atteniamo solo alle gare olimpiche, troviamo scritti nell’albo d’oro nomi mitici dell’atletica leggera: Viktor Tsybulenko, terzo e apripista a Melbourne 56 dei grandi giavellottisti sovietici, oro a Roma ’60, imitato negli otto anni successivi da Janis Lusis, bronzo a Tokyo, oro a Città del Messico e argento a Monaco, oltre a quattro Europei. Dopo anni un po’ appannati, la specialità del giavellotto è stata poi rispolverata da atleti ottimi come Makarov e il lettone Ainars Kovlas, argento a Pechino solo 2 anni fa.Se il giavellotto è stata specialità preferita dai sovietici, il martello era il loro cortile dove nessuno metteva il naso. Basti pensare che da Montreal 76 fino a Barcellona 92 (con la parentesi losangelina boicottata), il podio olimpico è stato integralmente conquistato da atleti sovietici e della Comunità degli Stati Indipendenti. Atleti come Jurij Sjedich, ucraino e capace di vincere l’oro a Montreal 76 come ai Mondiali di Tokyo nel 1991, quando l’intera atletica era diventata un’altra cosa, Sergey Litvinov, due volte mondiale e oro a Seoul, battendo proprio il grande Sjedich, fino ad arrivare ai nomi nuovi come quelli della scuola bielorussa che prende il via con Igor Astapkovich. Insomma una vera dittatura, figlia delle scuole che puntavano molto su queste gare di forza e agilità comparate e della capacità fisica degli atleti sovietici di sopportare allenamenti davvero durissimi.
Se guardiamo le gare di Barcellona 2010 troviamo, per il giavellotto, una grande gara tra il norvegese Torkildsen e il tedesco De Zordo, appena staccato il finlandese Pitkamaki, mentre tutti gli altri navigavano nella mediocrità più nera, a partire da Sergej Makarov, penna bianca campione mondiale nel 2003. Per il martello, il piccolo bielorusso Sviatkokha ha trovato un lancio finale che ha messo in difficoltà Vizzoni, capace arrivare all’argento e di far scendere al quarto posto Sviatokha. Ma se togliamo il lancio fortunato del bielorusso, della vecchia-nuova scuola sovietica-bielorussa non troviamo nessun degno rappresentate. Tra i partecipanti ai concorsi di lancio, non abbiamo visto in generale grandi atleti e in particolare quelli della vecchia URSS sono i più anziani e i meno di futuribili. La fine di una tradizione o solo un momento dovuto al cambio generazionale?
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